FRAGILITÀ E RESILIENZA. SEI STORIE A TUTTO SCHERMO / 17 gennaio – 28 febbraio 2023 webmaster.antonio 12 Gennaio 2023

FRAGILITÀ E RESILIENZA. SEI STORIE A TUTTO SCHERMO / 17 gennaio – 28 febbraio 2023

17 gennaio – 28 febbraio 2023
PROIEZIONI MARTEDÌ E GIOVEDÌ ORE 18.00

Il calendario delle proiezioni potrebbe subire cambiamenti. Si consiglia di consultare sempre il sito.

Fragilità e resilienza sono forse le parole più indicate per descrivere la società contemporanea, dopo che l’ebbrezza e l’entusiasmo delle rivoluzioni tecnologiche e digitali dell’ultimo quarto di secolo sembravano aver dato all’umanità nuova e illimitata fiducia nelle proprie risorse di gestione del mondo e del proprio tempo. Progresso scientifico, maggiore libertà nelle relazioni interpersonali, meno costrizioni e convenzioni in seno alla famiglia, facilità di accesso ad internet per ‘socializzare’ e rendere la vita lavorativa più semplice e via dicendo, avrebbero dovuto condurre a un miglioramento dell’esistenza, a renderci sempre più padroni dell’universo e liberi nelle scelte. Ma evidentemente così non è stato, se tanto cinema degli ultimi decenni, anche dal Giappone, ci parla di difficoltà esistenziali, di disgregazione della famiglia, di senso di inadeguatezza, di cambiamenti subìti sulla nostra pelle e non scelti davvero. Il quadro che emerge è quello di individui fragili, fluttuanti in un universo che offre meno certezze di un tempo e lascia più soli. Muoversi entro i confini della tradizione offriva un’ancora di protezione e stabilità; l’essersene allontanati – per assaporare la libertà – ci pone soli ad affrontare problemi nuovi. Chiamata in essere dalle nuove fragilità, la resilienza è la necessaria forma di resistenza consapevole messa in atto dalle generazioni 4.0 che percepiscono di non poter contare sui meccanismi di autodifesa e protezione delle generazioni precedenti, ma devono mettere in campo le proprie difese ‘immunitarie’ per fronteggiare nuove e vecchie sfide. I film selezionati per la rassegna Fragilità e Resilienza. Sei storie a tutto schermo ci rendono partecipi di conflitti interiori, come quello vissuto dal piccolo protagonista di Ainu Mosir (2020), tentato di sottrarsi alle tradizioni secolari della cultura Ainu che, nel suo villaggio, gli anziani cercano di preservare con sempre maggiore determinazione; di fallimenti, che in Giappone talvolta sono risolti con la pratica del suicidio, come suggerisce il film 3ft Ball & Souls (2017); di situazioni spersonalizzanti a cui si cerca una via d’uscita, come in The Town of Headcounts (2020); di lutti da elaborare e memorie da conservare, tema di Photographs of Memories (2021); di vite da ricostruire come racconta Summer Blooms (2017); di malattie da superare e famiglie da rinsaldare, argomento del film Our family (2014). Storie che ci interrogano e solleticano la nostra curiosità, in un mix di stili e generi che spaziano dal semi-documentaristico alla fantascienza, dalla storia romantica ai drammi familiari fino a opere distopiche e provocatorie.

 
MARTEDÌ 17 GENNAIO ORE 18.00 E GIOVEDÌ 9 FEBBRAIO ORE 18.00
3FT BALL & SOULS

三尺魂 / Sanjakudama
2017, 93’ – sott. italiano e inglese
Regia di Katō Yoshio

Cast: Murakami Honoka (Kiko/Tsukiko) | Kinomoto Minehiro (Fumi/Tsubasa) | Tsuji Shinobu (Takamura/Baby Doll) | Tsuda Kanji (Kido/Happa)

Un’esplosiva Sci-Fi che porta sullo schermo una storia di umanità e disperazione.
Alcuni membri del ‘Club di suicidio online’ decidono di mettere fine alla loro vita in un’azione collettiva, ma ogni volta che stanno per farlo inizia un viaggio temporale a ritroso che li riporta al punto di inizio. Per quale motivo sono bloccati in questo loop temporale? Li attende un futuro di disperazione o di speranza?

Seconda opera a soggetto del regista Kato Yoshio, premiata in Giappone con l’Audience Awards allo SKIP CITY International D-Cinema Festival e al Tanabe Benkei Film Festival.

Profilo del regista Katō Yoshio

Produttore, sceneggiatore e regista, Kato nasce a Tokyo nel 1971. Dopo gli studi alla Chiyoda Technological Art Academy di Tokyo sotto la guida del maestro Suzuki Seijun, lavora come regista per serie TV, spot commerciali televisivi e video promozionali.  Nel 2013 firma la regia del suo primo lungometraggio a soggetto Plastic Crime, presentato in anteprima allo SKIP CITY International D Cinema Festival e nella selezione del New York Independent Film Festival; cinque anni più tardi cura sceneggiatura, regia, produzione e finanziamento del suo secondo film a soggetto 3ft Ball & Souls, dove tratta il tema del suicidio collettivo – non nuovo al cinema giapponese contemporaneo – con una narrazione fantascientifica, confezionando un’avvincente commedia dark, che riceve il Premio del Pubblico e della Giuria allo SKIP CITY International D-Cinema Festival ed entra nella selezione di molti festival internazionali, tra cui il Tokyo International Film Festival, il Fajr International Film Festival (Iran) e l’Austin Fantastic Fest (Texas), Il suo ultimo film Memory Door (2021) ha ottenuto il Premio per la fotografia da parte del Nihon Geijutsu Center.

Suicidio (自殺 / jisatsu)   

“La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre”(Mishima Yukio)    

Il suicidio permea la cultura nipponica in modo diffuso e ramificato, trovando ampi riferimenti in letteratura, nel teatro, nel cinema e nelle cronache antiche, come atto dimostrativo di onore, lealtà, fedeltà, dissenso, ammissione di colpevolezza, o come manifestazione suprema di amore laddove il sentimento viene osteggiato. Letto dagli Occidentali senza i condizionamenti della morale cattolica, il gesto estremo del suicidio in Giappone viene interpretato come comportamento onorevole, il più efficace per sublimare la disperazione in nobiltà di sentimento e ristabilire quell’armonia – essenziale nella concezione estetica e filosofica giapponese – che per qualche motivo è andata alterandosi nella situazione ante-mortem. Tra i più eclatanti che la storia del Giappone ci tramanda, ricordiamo il suicidio rituale (切腹 / seppuku) compiuto il 21 aprile 1591 dal monaco zen Sen no Rikyu – cui si deve la codificazione della cerimonia del tè nello stile wabi-cha – consumato per motivi di contrasto con il potente daimyö Toyotomi Hideyoshi; il doppio suicidio d’amore (心中 / shinjū) dei due amanti Tokubei e Ohatsu nella foresta di Tenjin a Sonezaki (Osaka) il 7 aprile 1703, che ha ispirato una delle più note pièce di teatro Bunraku, Sonezaki shinju, (Doppio suicidio d’amore a Sonezaki) del drammaturgo Chikamatsu Monzaemon (autore di numerosi altri drammi shinjūmono), tema poi ripreso in molte opere cinematografiche successive. Memorabile anche l’epico suicidio collettivo (seppuku) compiuto dai 47 Ronin per vendicare il loro signore Asano, a sua volta costretto a darsi la morte per i dissidi con il potente maestro del Protocollo dello Shōgun. Altro sensazionale suicidio rituale, rievocante l’etica di onore Bushidö (samurai), quello dello scrittore Mishima Yukio, compiuto con un gesto plateale studiato nei minimi particolari il 25 novembre 1970 all’interno del Ministero della Difesa. Prima di lui, nel 1927 un altro scrittore, Akutagawa Ryūnosuke praticò il suicido, avvelenandosi a soli 35 anni, dopo aver confidato in uno scritto i motivi del suo gesto estremo. Sempre tra i letterati, si può citare anche Kawabata Yasunari, premio Nobel per la letteratura nel 1968, morto probabilmente suicida per asfissia da gas nel 1972 a Tokyo, anche se – non avendo lasciato alcuna nota – alcuni affermano che potrebbe essersi trattato di un incidente domestico. Negli ultimi anni la cinematografia giapponese si è più volte soffermata sul tema, con opere quali Suicide Club, (自殺サークル/ Jisatsu Sākuru,2002), scritto e diretto da Sono Sion, Kamihate Store (カミハテ商店/Kamihate shōten, 2012) di Yamamoto Tatsuya, 12 Suicidal Teens (2019) di Tsutsumi Yukihiko, cui si aggiunge la commedia dark 3ft Ball & Souls (2017) di Katō Yoshio e il recentissimo horror Suicide Forest Village (2021) di Shimizu Takashi.   

 
GIOVEDÌ 19 GENNAIO ORE 18.00 E MARTEDÌ 7 FEBBRAIO ORE 18.00
OUR FAMILY

ぼくたちの家族 / Bokutachi no Kazoku
2014, 117’ – sott. italiano
Regia di Ishii Yūya

Cast: Tsumabuki Satoshi (Wakana Kousuke) | Harada Mieko (Wakana Reiko) | Ikematsu Sōsuke (Wakana Shunpei) | Nagatsuka Kyōzō (Wakana Katsuaki)

Storia di fragilità e resilienza, di malattia e guarigione non solo fisica ma interiore.

 Una famiglia rovinosamente avviata a seguire l’andamento atomizzato della società post-moderna, dove si esaspera l’individualità e non si ha tempo per occuparsi e preoccuparsi l’uno dell’altro, improvvisamente riconosce l’importanza di sostenersi a vicenda e di contenere la sofferenza. È quanto accade quando la sessantenne Reiko comincia ad avere amnesie e comportamenti strani, di cui inizialmente né marito né figli sembrano accorgersi, almeno fino al momento in cui una diagnosi medica mette tutti di fronte non solo alle proprie responsabilità, ma ai propri sentimenti più profondi.

Profilo del regista Ishii Yūya

Nato a Saitama nel 1983, Ishii Yuya è regista, sceneggiatore, produttore e attore. Nel 2005, il suo film Mukidashi Nippon - presentato come tesi di laurea all’Università delle Arti di Osaka – vince il Grand Prix e il Music Award al Pia Film Festival (PFF). I suoi film successivi circolano e vengono apprezzati nei circuiti festivalieri internazionali, dove Ishii viene riconosciuto come uno dei più promettenti registi asiatici. Debutta nel cinema commerciale con il film Sawako Decides (2010) ma è con The Great Passage (2013) che arrivano i primi premi importanti, come quello di miglior film e miglior regia alla 37ª edizione dei Japan Academy Award. Seguiranno: The Vancouver Asahi (2014), Our Family (2014) The Tokyo Night Sky Is Always the Densest Shade of Blue (2017), Almost a Miracle (2019), All the Things We Never Said (2020), The Asian Angel (2021) e A Madder Red (2021).

Hikikomori / 引き籠もり  

Nel film Our Family al figlio maggiore si rimprovera il suo passato da hikikomori, e lo si colpevolizza per aver dato il via alla disgregazione della famiglia. Il termine hikikomori indica una forma di autoreclusione e interruzione di contatti sociali extra-familiari, attuata ormai da persone di tutte le età, che si rintanano per mesi e mesi nella casa da cui escono solo sporadicamente. Da alcune stime governative sembrerebbe che il fenomeno interessi più di 600.000 persone, ma i numeri potrebbero essere ben più alti, visto che i casi vengono in superficie solo nel momento in cui i soggetti stessi o i loro familiari decidono di chiedere aiuto. Nel corso di un’indagine svolta nel 2022 nel quartiere di Edogawa a Tokyo somministrata 700.000 cittadini, a cui hanno risposto in 250.000, è emerso che il fenomeno degli hikikomori riguarda uomini e donne di tutte le età, evidenziando che la percentuale femminile supera quella maschile; un dato che sorprende quanti in Occidente ascrivono la problematica principalmente a giovani e adolescenti di sesso maschile.    

Quello degli hikikomori in Giappone è diventato un fenomeno osservabile socialmente negli anni ’90, e pertanto iniziato certamente nel periodo subito precedente, dovuto forse a un senso di inadeguatezza e sconforto per modelli sempre più competitivi e performativi della società. Oggi molti di questi hikikomori hanno superato i 50 anni e rimangono finanziariamente dipendenti dai loro genitori di circa 80 anni, tanto che i media per descrivere questa situazione hanno coniato l’espressione “il problema 8050”, mettendo in guardia sullo scenario che si presenterà nel momento in cui questa prima generazione di hikikomori perderà l’aiuto finanziario parentale e sarà più esposto al rischio povertà. Sul tema la nota scrittrice Hayashi Mariko ha pubblicato di recente un romanzo dal titolo Shōsetsu 8050 (Tokyo, Shinchōsha, 2021). Per arginare il fenomeno – acuito dalla Pandemia da Covid-19 – nel febbraio 2021 il governo giapponese ha nominato un ‘Ministro della solitudine’, che ha messo in atto importanti iniziative sperimentali per far fronte al problema, come quella di incentivare forme di assistenza domiciliare o la creazione di spazi dedicati alla socialità, come la “stanza della calma” a Fukuoka, dove gli hikikomori possono liberamente incontrarsi e tentare un graduale reinserimento nella società. Particolarmente significativa l’iniziativa di un gruppo di ex-hikikomori, fondatori di un movimento impegnato nella tutela del rispetto e dei diritti degli autoreclusi, per sensibilizzare la società a non colpevolizzare i soggetti autoreclusi e a considerare piuttosto il loro atteggiamento come un meccanismo di autodifesa. Come sappiamo il fenomeno non interessa solo il Giappone, ma viene rilevato in molti paesi occidentali, sebbene siano ancora poche le famiglie che rendono pubblico il problema e accettino di parlarne senza imbarazzo e sensi di colpa.   

 
MARTEDÌ 24 GENNAIO ORE 18.00 E GIOVEDÌ 16 FEBBRAIO ORE 18.00
SUMMER BLOOMS

四月の永い夢 / Shigatsu no nagai yume
2017, 93’ – sott. italiano
Regia di Nakagawa Ryūtarō

Cast: Asakura Aki (Takimoto Hatsumi) | Miura Takahiro (Shiguma Tōtarō) | Kawasaki Yuriko (Muramatsu Kaede) | Takahashi Yumiko (Shinobu)

Film romantico che racconta la difficoltà di riprendere in mano la propria vita dopo momenti dolorosi.

Takimoto Hatsumi, ex-insegnante, lavora come cameriera in un ristorantino di soba e, sebbene non abbia l’aria di essere infelice, si percepisce fin dall’inizio che la sua vita professionale e sentimentale siano giunte a un’impasse, per qualcosa accaduto in passato. Nel corso della narrazione si svela lentamente il segreto che tiene Hatsumi ostaggio di se stessa e il film – che attraverso l’omaggio metacinematografico a Casablanca (1942) e all’intramontabile canzone As Time Goes By palesa la sua adesione al filone del dramma romantico – si avvia a un finale forse prevedibile, ma che sembra essere l’unico possibile, date le premesse.

Diretto da Nakagawa Ryūtarō, il più giovane regista che abbia mai concorso al Tokyo International Film Festival, Summer Blooms ha vinto il Premio FIPRESCI al 39° Moscow International Film Festival nel 2017.

Profilo del regista Nakagawa Ryūtarō  

Nato nel 1990 a Kawasaki (Pref. di Kanagawa), esordisce giovanissimo alla regia con il cortometraggio Calling (2012), premiato per la miglior fotografia al Boston International Film Festival. Due anni dopo è già al Tokyo International Film Festival con il film August in Tokyo, presentato nella sezione Japanese Film Splash, come anche l’anno seguente con Tokyo Sunrise. Summer Blooms esce nel 2017 e conquista il Premio FIPRESCI al 39° Moscow International Film Festival, a cui Nakagawa partecipa anche nel 2019 presentando Mio on the Shore. L’ultimo suo lavoro è One Day, You Will Reach the Sea (2022), presentato alla XXIV edizione del Far East Film Festival.

Chūsen e Hanabi    

Chūsen (注染), tecnica di colorazione e decorazione tessile    

Dopo circa 10 minuti dall’inizio del film Summer Blooms, la giovane protagonista Hatsumi viene invitata da un designer a visitare una mostra collettiva di tenugui artigianali (手ぬぐい asciugamano di cotone). L’artista presenta al pubblico le sue creazioni, spiegando che le decorazioni presenti sugli asciugamani sono realizzate con la tecnica chūsen e il regista dedica una suggestiva inquadratura al laboratorio in cui avviene il processo di tintura, curiosando tra pezze di cotone bianco accatastate in terra, enormi vasche, spatole che distribuiscono tinte e colla sulla stoffa. Il termine chūsen significa letteralmente ‘tintura colata’ e si riferisce a una tecnica artigianale che ha avuto origine nel periodo Meiji e prevede l’uso di uno stencil che si poggia su una pezza di tessuto bianco di cotone leggero per imprimere il disegno. Successivi passaggi prevedono la stesura di una colla impermeabilizzante per delimitare le zone in cui il colore colato non deve filtrare, in modo da ottenere un disegno in ‘negativo’, e un sistema che permette la colorazione della stoffa contemporaneamente sui due lati della pezza. Si utilizzano poi delle vasche per la rimozione della colla, la smerigliatura, il candeggio, il trattamento e il risciacquo finale. L’ultima fase è l’asciugatura: in passato i tessuti si stendevano al sole, mentre oggi è frequente l’uso di un essiccatoio centrifugo.  Le stoffe tinte con la tecnica chūsen vengono utilizzate, oltre che per gli asciugamani tenugui, anche per realizzare yukata (kimono estivi) e le tipiche tende noren che in Giappone separano gli spazi o segnalano l’ingresso di un negozio o di una casa. 

Hanabi (花火) fuochi di artificio    

In Summer Blooms ci sono anche scene di hanabi (lett. Fiori di fuoco), i popolarissimi fuochi di artificio apprezzati oltre che per l’indubbio effetto estetico e di intrattenimento, anche come simbolo di bellezza effimera, con inevitabile rimando al concetto di impermanenza che permea in toto la cultura giapponese. La prima testimonianza di utilizzo di hanabi risale al 16° secolo, come divertimento per i ricchi daimyo che si deliziavano delle novità introdotte dalla Cina. Ma è nel 1733 che gli hanabi assumono un significato rilevante, allorché furono utilizzati sul fiume Sumida a Edo (l’odierna Tokyo), per volere dello Shogun Tokugawa Yoshimune, con l’intento di commemorare le vittime della fame causata da carestie e pestilenze. Da quel momento l’usanza di spettacoli pirotecnici sulle sponde dei fiumi, che riflettevano nelle proprie acque gli spettacolari effetti cromatici dei fuochi, si diffuse in tutto l’arcipelago, complice anche il periodo di pace duratura dell’epoca Edo che favorì l’utilizzo della polvere da sparo per scopi estetici anziché bellici. Un’usanza che ha trovato seguaci di tutte le età e ha condotto a quella moltitudine di appuntamenti – soprattutto estivi – calendarizzati ancora oggi in tutto il Giappone. Tra i festival di hanabi più importanti figurano, oltre quello perpetuatosi sul fiume Sumida, quello di Nagaoka (Niigata-ken), Tsuchiura (Ibaraki-ken) e Ōmagari (Akita-ken). Solo per avere una stima della portata di uno spettacolo pirotecnico, durante il festival sul fiume Sumida, che si svolge l’ultima domenica di luglio ed è il più antico, si lanciano in cielo circa 20.000 ‘fiori di fuoco’.    

 
GIOVEDÌ 26 GENNAIO ORE 18.00 E MARTEDÌ 14 FEBBRAIO ORE 18.00
PHOTOGRAPH OF MEMORIES

おもいで写眞 /Omoide shashin 
2021, 110’ – sott. italiano e inglese
Regia di Kumazawa Naoto

Cast: Fukagawa Mai (Yūko Otosara) | Kōra Kengo (Ichirō Hoshino) | Yoshiyuki Kazuko (Yamagishi Kazuko)

Film di formazione che riflette su ricordi e memorie delle persone care, dando nuovo valore al vissuto e alle azioni ordinarie.

Dopo la morte della nonna – unico legame familiare rimastole – Yuko si trasferisce da Tokyo a Toyama, suo paese natale. Irritata per la foto clamorosamente sfocata utilizzata per il funerale della nonna, e in cerca di un nuovo lavoro, decide di dedicarsi alle iei shashin (遺影写真 ) ovvero le foto-ricordo utilizzate in Giappone durante le cerimonie funebri. Inizialmente schivata perché ritenuta di malaugurio, Yuko riesce pian piano a conquistarsi la fiducia di molti cittadini avanti con l’età, di fronte ai quali si pone non come incaricata di “ritratti funebri”, ma come fotografa di “Ricordi preziosi”, dando importanza a tutto il vissuto delle persone.

Profilo del regista Kumazawa Naoto

Originario di Nagoya, nel 1994 partecipa come regista esordiente al Pia Film Festival con il film Liberal (1993) e dieci anni dopo vince il premio per la miglior regia al Porto International Film Festival del 2004 con il cortometraggio Birthday. Nel 2005 firma sceneggiatura e regia di Letters from Nirai kanai, interpretato da Aoi Yū .

Tra le sue opere più note Rainbow Song (2006), Romantic Prelude (2009), Jinx!!! (2013), The Anthem of the Heart (2017) con cui il regista si è addentrato nelle profondità della psiche umana, e Gokko (2018), votato come sesto miglior film dell’anno 2018 dalla rivista Eiga Geijutsu.

Iei shashin遺影写真     

«Realizziamo foto-ricordo da lasciare per perpetua memoria.Le competenze professionali dei nostri fotografi, acconciatori e truccatori vengono messe a disposizione di ogni cliente.Mettiamo in campo uno “spirito di ospitalità” che va oltre le capacità tecniche, per rendere felici i nostri clienti.Siamo mossi dall’idea di offrire “emozioni” più che “prodotti“.E a quelle emozioni diamo valore.»  

Questo è un esempio di slogan pubblicitario che compare sul sito di uno studio fotografico giapponese che, tra i servizi, offre anche quello delle iei shashin(遺影写真) foto-ricordo da utilizzare per le cerimonie funebri. Per comprendere la sottigliezza dell’annuncio pubblicitario con cui l’azienda si presenta al pubblico – e anche il punto di svolta del film Photograph of Memories - è utile capire la differenza tra due termini giapponesi utilizzati nella frase pubblicitaria originale: もの ( mono) e こと(事 koto), entrambi traducibili con l’italiano ‘cosa’ ma utilizzati con una diversa affordance semantica: il primo (mono) riferito a cosa materiale, tangibile, con una corporeità, una forma, una dimensione, una superficie come può essere una fotografia stampata su supporto cartaceo; il secondo (koto) a indicare qualcosa di intangibile, incorporeo, immateriale, come i ricordi racchiusi all’interno di quella foto. Da cui la libera scelta di tradurre koto con “emozioni” e mono con “prodotti. Nel film si arriva a un punto di svolta quando gli anziani percepiscono che Yuko non è una fotografa macabra o inopportuna, in cerca di cittadini anagraficamente più prossimi al trapasso, bensì una persona di grande sensibilità che, avendo sperimentato in prima persona la perdita di un proprio caro, capisce il valore dei ricordi e della memoria, spesso legata a un luogo fisico, vicino al quale è bello immortalare il proprio volto per affidare le più belle emozioni ai posteri e all’eternità. È qui che scatta la variazione semantica del concetto di fotografia, che da mono diventa koto, da oggetto materiale e corporeo, diventa qualcosa che riguarda l’anima e le emozioni. Qualsiasi riflessione sulla fotografia dovrebbe tener conto delle considerazioni espresse ne La camera chiara (1980) da Roland Barthes, in particolare le argomentazioni sul valore della foto come espressione del reale allo stato passato, come certificato di presenza dell’oggetto immortalato nel momento in cui viene osservato e, dunque, sul ‘valore di vita’ contenuto in ogni scatto.  

 
MARTEDÌ 31 GENNAIO ORE 18.00 E MARTEDÌ 28 FEBBRAIO ORE 18.00
THE TOWN OF HEADCOUNTS

人数の町 / Ninzū no machi
2020, 111’ – sott. italiano e inglese
Regia di Araki Shinji

Cast: Nakamura Tomoya (Aoyama Tetsuya) | Ishibashi Shizuka (Kimura Beniko) | Tachibana Eri (Suenaga Midori)

Una città sui generis, con poche regole e lavori semplici da svolgere, dove i cittadini sono chiamati ‘Numeri” e non è richiesto pensare. Cosa si nasconde dietro tutto questo?

Film distopico ambientato in una città dove non è richiesto pensare, ma solo essere numeri. Inseguito e picchiato dagli esattori, Tetsuya accetta l’offerta di trasferirsi in un luogo misterioso, la Città dei Numeri, dove non esistono regole e dove, senza troppo dispendio di energie lavorative, vengono comunque garantiti cibo, casa e vestiti. I residenti sono chiamati “Numeri” e sono assegnati ad attività in cui le quantità rivestono un ruolo importante, come postare contenuti su Internet, partecipare a marce dimostrative, votare per conto di altri etc. Ma per chi lavorano gli ignari “Numeri”? Per quali fini?

Profilo del regista Araki Shinji 

Laureato presso l’Università di Tokyo, con una tesi sul regista francese Jacques Rivette (1928-2016), Araki è stato autore e regista di spot televisivi e direttore creativo di video musicali, un’esperienza che si è rivelata utile successivamente anche per la stesura di sceneggiature, per le quali è stato più volte premiato, conquistandosi il TV Asahi 21st Century Scenario Award Excellence Award, lo Scenario S1 Grand Prix Encouragement Award, lo Staff Award all’Izan Film Festival Scenario Award e l’MBS Radio Drama Award Excellence Award. The Town of Headcounts è l’opera di debutto al lungometraggio di finzione.

Parlando di numeri…L’industria cinematografica giapponese nel triennio 2019-2021.  

Il 2019 è stato un anno molto positivo per l’industria cinematografica giapponese. Secondo i dati forniti dalla Motion Picture Producers Association of Japan, Inc. (EIREN) si è registrato un vero boom sia per quanto riguarda i prodotti cinematografici immessi nel circuito di distribuzione sia per le presenze degli spettatori in sala: su 1278 film usciti nel 2019, 689 sono stati film giapponesi e 589 importati dall’estero, con una predominanza di titoli statunitensi, e una risposta straordinaria da parte del pubblico che ha registrato oltre 194 milioni di spettatori, il numero più altro dal 2002, con un incasso generale di 261,180 milioni di Yen (oltre 2 miliardi di Euro).   

Nel 2020 la Pandemia da Covid-19, come nel resto del mondo, ha costretto a modificare riprese, produzione e distribuzione dei film nelle sale: i film usciti sono stati 1017, di cui 506 giapponesi e 511 prodotti fuori dei confini nazionali, con oltre 106 milioni i biglietti venduti, il numero più basso degli ultimi 20 anni e un box office stimato in 143.285 milioni di yen (oltre un miliardo di Euro). Un dato significativo è che il 76,3% degli spettatori ha visto film giapponesi e solo il 23,7% film stranieri, una tendenza già osservata a partire dal 2008 ma che la pandemia ha fortemente accentuato per l’inevitabile rallentamento della distribuzione cinematografica dall’estero, ma anche per la campagna di sensibilizzazione messa in atto da celebri registi, attori e produttori giapponesi nei confronti del pubblico, per sostenere il settore cinema in un momento di comprovata difficoltà.   

Il 2021 ha registrato in Giappone l’uscita di 959 film, il dato più basso dal 2011, di cui 490 prodotti in patria e 469 all’estero, con un totale di 114.818.000 di biglietti venduti e un incasso complessivo ben inferiore ai livelli pre-Covid, attestato a 161.893.000 di Yen (pari a 1.245.809.926 Euro). L’effetto Covid-19 ha accentuato il dato che rileva le scelte del pubblico, con il 79,3% di spettatori in sala per vedere film giapponesi e solo il 20,7% per i film stranieri.   

Qualche dato sul prezzo del biglietto in Giappone: nel 2002 il costo medio di un biglietto era pari a 1224 yen (8,41 Euro), oggi il costo si attesta sui 1410 yen (9,69 Euro).   

In vetta alla classifica del Box office 2021 figurano 3 anime, chiaro segno che durante la pandemia l’industria dell’animazione non ha subìto quella battuta di arresto che ha interessato invece il settore dei film di finzione: primo assoluto Evangelion: 3.0+1.01 Thrice Upon a Time (2021) di Tsurumaki Kazuya, Nakayama Katsuichi e Maeda Mahiro. Al secondo posto Detective Conan: The Scarlet Bullet (2021) di Nagaoka Chika e al terzo posto Belle (2021) di Hosoda Mamoru.   

Tra le più grandi soddisfazioni del cinema giapponese nel 2021, quella di veder circolare nei più importanti festival del mondo il nome di registi apprezzati dal pubblico e dalla critica internazionale, come Hamaguchi Ryūsuke, premiato con l’Orso d’argento a Berlino per The Wheel of Fortune and Fantasy e con il Premio Miglior sceneggiatura al Festival di Cannes per il film Drive my Car, film candidato anche ai Golden Globe Awards; o il nome di Fukada Kōji, che ha presentato alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia 2022 Love Life, poi distribuito anche nelle sale italiane. Grande successo internazionale anche per il film di animazione Belle (2021) di Hosoda Mamoru, nella selezione ufficiale di Cannes, presentato al Locarno Film Festival e presente anche nella sezione Spotlight del New York Film Festival 59. Nuovi nomi di registi giapponesi stanno dunque circolando nel mondo oltre ai più noti del cosiddetto quartetto 4K che negli ultimi decenni hanno rappresentato il Giappone nei contesti internazionali del cinema di finzione, ovvero Kore’eda Hirokazu, Kawase Naomi, Kurosawa Kiyoshi e Kitano Takeshi, senza dimenticare – nell’attivissima industria dell’animazione – i nomi di Miyazaki Hayao, Shinkai Makoto e Hosoda Mamoru. Sebbene i nomi citati comprovino che nel settore c’è ancora una predominanza maschile, negli ultimi anni le registe donne si sono distinte sia in patria sia all’estero con film capaci di svelare una visione della vita e una sensibilità al femminile necessaria per disporre di un quadro più completo della complessità umana e sociale di oggi.   

 
GIOVEDÌ 2 FEBBRAIO ORE 18.00 E MARTEDÌ 21 FEBBRAIO ORE 18.00

Giovedì 2 febbraio alle ore 18.00 il film Ainu Mosir (2020) sarà introdotto dalla dott.ssa Cinzia Calzolari, ricercatrice indipendente in Arte e Cultural Heritage presso “Sapienza” Università di Roma, da poco rientrata in Italia dopo aver ottenuto “Ishibashi Foundation/The Japan Foundation Fellowship for Research on Japanese Art” per uno studio in situ del patrimonio culturale Ainu.

AINU MOSIR

アイヌモシリ / Ainu Mosir
2020, 84’ – sott. italiano e inglese
Regia di Fukunaga Takeshi

Cast: Shimokura Kanto (Kanto) | Akibe Debo (Debo) | Shimokura Emi (Emi) | Miura Tōko (insegnante di scuola media) | Lily Franky (giornalista giapponese)

Un giovane indigeno Ainu in cerca della propria identità e di un contatto spirituale con suo padre, recentemente scomparso.

Kanto, quattordicenne discendente da una famiglia di indigeni Ainu, cerca di elaborare il lutto per la morte del padre. Vive con la madre Emi, proprietaria di un piccolo negozio di souvenir a Kushiro, cittadina di Hokkaidō, dove il popolo Ainu ha accettato di aprirsi al turismo pur di mantenere viva la propria cultura e creare occupazione. Un amico di famiglia gli rivela che nella foresta c’è l’ingresso di una caverna che – secondo credenze ancestrali – conduce alla terra dei defunti. Nella speranza di riconnettersi al padre, Kanto accetta di addentrarsi in quel sentiero misterioso e di prendere coscienza della propria identità.

Profilo del regista Fukunaga Takeshi

Fukunaga Takeshi è originario di Hokkaidō ma ha intrapreso gli studi di regia e filmmaking a New York. Dopo una permanenza di 16 anni negli Stati Uniti, nel 2019 si è stabilito a Tokyo per dare vita al suo nuovo progetto. Il suo primo film di finzione - Out of my Hand -è stato proiettato in anteprima nella sezione Panorama del Berlino Film Festival nel 2015, ha vinto il Best US Fiction Award al Los Angeles Film Festival e gli è valso anche l’Emerging Filmmaker Award al San Diego Asian American Film Festival. Il film è stato anche candidato al John Cassavetes Indipendent Spirit Award nel 2016 e l’uscita in Giappone nel 2017 è stata accolta con successo. Per la realizzazione del suo secondo film, Ainu Mosir, Fukunaga ha fatto tesoro di alcune esperienze importanti, come il periodo trascorso a Cannes all’interno del programma di residenza Cannes Cinéfondation Residency, il workshop di sceneggiatura di NHK Sundance e del Sam Soiegel International Film Lab. Ainu Mosir è una co-produzione Giappone/USA/China e ha vinto una menzione speciale della giuria all’International Narrative Competition del Tribeca Film Festival nel 2020.

Gli Ainu, il “popolo bianco” dell’Isola di Hokkaidō che ha affascinato celebri italiani   

Sembra che gli Ainu – popolazione probabilmente di etnia Caucasica, con caratteri somatici simili agli europei Nordici e, per alcune caratteristiche, anche agli Australiani – durante l’epoca neolitica Jōmon fossero presenti in tutto il Giappone e solo durante il successivo periodo Yayoi, si stanziarono più a Nord e verso Est, spinti dall’avanzata dei popoli provenienti dal continente asiatico. Dal punto di vista fisico, linguistico e culturale differiscono dai giapponesi e oggi rappresentano una minoranza etnica (circa 25.000 individui) presente in Hokkaidō, nella parte meridionale dell’isola di Sachalin e nelle isole Kurili. Nella lingua locale Ainu significa “uomini” e la terra che abitano – non lontana dalla Siberia – è tra le più fredde e difficilmente accessibili del territorio giapponese. Eppure nel dicembre 1938 la città di Sapporo fu raggiunta da Fosco Maraini (1912-2004) – fotografo, etnologo, viaggiatore e scrittore di chiara fama – allo scopo di condurre ricerche etnografiche che gli permisero di soggiornare a lungo tra gli Ainu, di comprenderne arte, cultura, riti e cerimoniali ai quali partecipò con interesse e rispetto; le sue note etnografiche sono confluite nel volume Gli Iku-bashui degli Ainu (Tokyo, 1942).    

Prolungate permanenze tra gli Ainu consentirono a Fosco Maraini di raccogliere preziosi materiali che fortunosamente riuscì a salvare dai disastri della Seconda Guerra mondiale, nascondendoli negli scantinati dell’Istituto Francese di Kyoto e inviandoli successivamente via mare a Firenze, sua città natale. Maraini li donò in seguito al Museo Nazionale di Antropologia e Etnologia di Firenze dove sono tutt’ora esposti in una sala interamente dedicata agli Ainu, andando a costituire una della più importanti e rare collezioni europee di questa popolazione, sconosciuta ai più. In mostra sono esposte suppellettili, vesti, sciabole e oggetti per la caccia, come punte di frecce utilizzate per la rituale cerimonia di caccia e uccisione dell’orso, detta Iyomante, di cui il film Ainu Mosir tratta ampiamente. Il titolo del libro di Fosco Maraini, Gli Iku-bashui degli Ainu, pubblicato a Tokyo nel 1942 (di cui una rara copia è conservata nella biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo), fa riferimento alle tradizionali bacchette di legno iku-bashui (trad. letterale “bacchetta-bere”) – di cui il Museo fiorentino conserva splendidi esemplari – decorate nella parte superiore e utilizzate durante le cerimonie sacre sia con funzioni simboliche che pratiche, come quella di sorreggere alzati i lunghi baffi degli anziani officianti nel momento in cui si accingevano a bere le bevande sacre.     

Prima di Fosco Maraini, un altro illustre italiano – il gesuita padre Girolamo de Angelis (1564-1632) – ci ha lasciato preziosi resoconti sulla vita e le abitudini degli Ainu in alcune lettere datate 1620. Siciliano di origine, decise di recarsi fino all’estremità settentrionale dell’arcipelago per continuare la sua attività di evangelizzazione, nel periodo immediatamente precedente la messa al bando del cristianesimo in Giappone. Trovandosi ancora in Giappone dopo l’emanazione dell’editto del 27 gennaio 1614 con cui il Cristianesimo venne bandito, decise di rimanervi in forma clandestina, ma non sfuggì al martirio, sebbene tentò di ritirarsi nelle più impenetrabili regioni del nord. Suo è il merito di essere stato il primo europeo a mettere piede in Hokkaidō (1618 e 1621) e a divulgarne in Europa una mappa. Tramite i suoi carteggi è possibile risalire a preziose e dettagliate informazioni sulla vita e le abitudini del popolo bianco di Yezo (antico nome di Hokkaidō). Per chi volesse approfondire, nella Biblioteca dell’Istituto Giapponese è presente il volume Il Beato Girolamo de Angelis. Relazioni e mappa del regno di Yezo (Amministrazione Comunale di Enna, 1987).   Coll. 198.2 (40).  

Di seguito alcune descrizioni del popolo Ainu tratte dai resoconti missionari del Beato De Angelis nel volume di cui sopra.  

“[…] Nel Regno di Iezo non si veggono strade battute come in Giappone, e li viaggi si fanno per le montagne, o per le spiagge del mare. [Gli Ainu] Sono uomini robusti e di buona statura e di solito sono più alti di corporatura dei Giapponesi. […] Hanno la barba molto grande, e alle volte giunge fino alla metà del ventre. […] Si danno le donne il colore azzurro alle labbra […] e portano al collo una corona di vetro di vari colori, e nell’estremità della cintura una piastra d’argento scolpita. […] Non sarà difficile convertire i nativi di Yezo perché nella loro regione non esistono religiosi o bonzi. Nessuno di loro sa leggere né scrivere.”   

  

E da ultimo, il ricordo di Fosco Maraini del viaggio per raggiungere l’Hokkaidō nel dicembre 1938, tratto dalla prefazione al volume Il Beato Girolamo de Angelis. Relazioni e mappa del regno di Yezo (Amministrazione Comunale di Enna, 1987). 

“Un dicembre cupo incombeva sul Giappone. A Tokyo salimmo su un treno che pareva imitare la transiberiana da quanto era ben fornito di vagoni con cuccette e da carrozze-ristorante; lo trainavano possenti locomotive a vapore che si muovevano con frastuono e sibili tali da esprimere, in termini quasi umani, l’idea d’uno sforzo estremo. Una notte di viaggio ci portò all’imbarco del traghetto marino tra Aomori, sulla punta nord dell’isola principale del Giappone, e Hakodate situata in una baia meridionale dell’isola di fronte, Iezo (o Ezo), oggi chiamata Hokkaido. I documenti della registrazione a bordo erano in inglese e in russo, particolare quest’ultimo che rafforzava la sensazione d’una vicinanza siberiana; vicinanza confermata del resto da una tormenta di neve sul mare imbronciato, verdognolo, spazzato da un vento spietato e lambito da nembi a fior delle onde. Infine, dopo parecchie altre ore di viaggio tra muraglie di neve sempre più alte, ecco Sapporo, irrigidita in un gelo feroce.” Fosco Maraini